Recensione "Cuono Gaglione" di Carmelo Arezzo Al centro della stia riflessione sono i drammi del Meridione, per simboli riassunti nell’immancabile presenza della cupola d’Acerra (riferimento nostalgico ad un'altra dimensione esistenziale) e nel protagonismo silenzioso melanconico e rasserenante ad un tempo di candidi Pulcinella, chiamati a rappresentare la condizione meridionale nel nostro tragico tempo di rinunce e di crisi, d’arretratezze e camorre. E questa realtà che trova in Gaglione un cantore fortemente partecipativo, sia pure in bilico tra razionalità e l'istinto, ha il suo nume tutelare nella rievocazione (che data, per amore di verità, a prima della morte) della figura e del volto del grande Eduardo De Filippo; uno sguardo, un atteggiamento, una gestualità appena percepibile, la saggezza di un poeta della memoria e del riscatto di un popolo che non sempre gli è stato sinceramente vicino.Ma se questa, fatta di volti sofferenti e di catene inanimate di dolore, è la pittura più autentica di Gaglione, egli riesce anche a vivacizzare il suo percorso pittorico, ricostruendo la realtà coloratissima dei nostri pescatori, déi nostri ambienti popolati di case e di tetti, dalle nostre tavole imbandite - poveramente ma orgogliosamente - di colori e di sapori.
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